Milano street art

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Milano street art di Giovanni “Gianfranco” Candida e Domenico Melillo

Milano Street Art è un progetto editoriale dedicato alla street art e al writing milanese. Il libro raccoglie immagini di muri, opere e interventi realizzati in oltre vent’anni nella città di Milano, documentando luoghi abbandonati, spazi marginali e aree dimenticate dove l’arte si manifesta senza autorizzazioni, pubblico o ritorni commerciali. Il progetto nasce dall’esigenza di conservare la me- moria di opere spesso destinate a scomparire. Molti dei lavori fotografati non esistono più e alcuni non sono mai stati documentati dagli stessi artisti. La fotografia diventa quindi uno strumento fondamentale per storicizzare un movimento per sua natura instabile e temporaneo.

In questo contesto si inserisce il lavoro di Giovanni “Gianfranco” Candida, in arte Walls of Milano, fotografo “ufficiale” di molti artisti e crew della città. Seguendo i writer nei luoghi meno accessibili, ha costruito nel tempo un archivio unico dedicato alla street art milanese, documentando inter- venti realizzati su muri trascurati e lontani da progetti istituzionali.

L’introduzione del libro è di Domenico Melillo, in arte Frode, writer e avvocato dei writers. Testi di Andrea Cegna e VolksWriterz.

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Descrizione

“Le etichette servono a semplificare, a volte anche troppo. “Street Art” è un termine ombrello, utile al mercato, alle istituzioni, a chi vuole approcciarsi. Allora tenete ben a mente che il writing nasce prima, altrove, con altre regole e urgenze. Dall’interno la differenza è evidente, ma dall’esterno tende ad assottigliarsi. Non è questione di bello o brutto, di leggibilità o meno, di scritte o disegni. Non è questione di essere prevalentemente muralist o bomber. Questo libro usa un titolo necessario ma non dimentica le sue radici. E da quelle radici visive e culturali proveniamo tutti, sia che continui a spingere su un pannello o che ti esponi in mostre patinate.

Ogni mattina, salivo sul tram col marker nascosto nei jeans… lungo la strada per la scuola facevo sempre almeno una tag.
Quattordici anni appena compiuti. Non avevo un cellulare, non esistevano. Non c’era alcun social, né archivio digitale o tutorial per dirci ciò che era meglio fare. L’identità era una costruzione lenta, stratificata, un faccenda rischiosa. Non era un’immagine filtrata, non era finzione fotografica.”

introduzione di Domenico Melillo “Frode”

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