Pino Musi

C’è un rigore quasi monastico, una tensione etica insospettabile dietro l’opera di Pino Musi (Salerno, 1958), fotografo e artista visivo da molti anni residente a Parigi la cui parabola artistica è nata precocemente, a soli quattordici anni, quando da autodidatta ha iniziato a misurarsi con i segreti del bianco e nero. Quel fascino primordiale per l’alchimia della camera oscura, unito a un’assidua frequentazione del teatro sperimentale d’avanguardia fino alla metà degli anni ottanta, ha impresso una direzione indelebile alla sua sperimentazione sia sul piano linguistico che su quello concettuale, portandolo a configurarsi nel tempo come un autentico “uomo di conoscenza” di matrice grotowskiana. Fu proprio il leggendario regista teatrale polacco Jerzy Grotowski, incontrato a Pontedera, a consegnargli quello che l’artista considera l’unico vero punto di svolta della sua pratica fotografica, racchiuso nell’avvertenza di trattare tutto come corpo vivente, qualsiasi argomento volesse attraversare con l’obiettivo.

A questo monito il fotografo salernitano è rimasto radicalmente fedele, rifiutando ogni forma di improvvisazione o di banale decorativismo e trasformando l’atto dello scatto in un rituale performativo, in un’azione compiuta dove l’estrema precisione esecutiva si fonde con una profonda ricettività del vedere. Il suo lavoro si muove lungo i confini fluidi di discipline feconde come l’antropologia, l’archeologia, l’industria e, soprattutto, l’architettura, la quale non viene mai ritratta come un guscio inerte, bensì come un organismo pulsante da cui ricavare, in modo traslato, il flusso stesso della vita. Che si tratti delle profondità ancestrali delle latomie archeologiche, dell’architettura vernacolare, del greenwashing che aggredisce gli edifici urbani o delle lacerazioni delle periferie contemporanee, lo sguardo di Musi indaga la forma per interrogare i conflitti profondi tra artificio e natura, tra monumento e città, distanziandosi nettamente dall’estetismo fine a se stesso per approdare a un’opera altamente polisemica, complessa e intellettualmente incollocabile.

Questa profonda indagine sul territorio e sulla memoria si è dipanata nei decenni attraverso tappe espositive cruciali che testimoniano la vastità del suo raggio d’azione, dalle prime storiche tappe come Maschere e Persone a Venezia nel 1982 e il Watari Museum Project a Tokyo nel 1990, fino ad appuntamenti di respiro internazionale come Architektur: Licht, Materie, Landschaft in Germania e Emozioni di Pietra a Palazzo Reale di Napoli nel 1997, seguiti dalle serie Metamorfico I e II per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo nei primi anni Duemila, La scena vuota allo Shanghai Museum of Contemporary Art nel 2004, In Mollino’s Room a Paris Photo nel 2007, l’antologica Rivelazioni della Forma all’Ara Pacis di Roma nel 2012, e le più recenti indagini visive di Acre al MACRO di Roma, Sottotraccia alla Fondazione di Sardegna nel 2019, la complessa struttura di Polyphōnia e le riflessioni pandemiche di Phytostopia.

Sul piano strettamente tecnico, la sua fotografia si esprime attraverso una maniacale ricerca della perfezione strutturale, dove il controllo millimetrico dell’inquadratura, il perfetto dominio della stampa e l’assoluto rigore delle scale tonali del bianco e nero non sono meri sfoggi di virtuosismo, ma strumenti necessari a generare una forma intensa capace di dare corpo a una dimensione psichica e di attivare la memoria dello spettatore. Negli anni più recenti la sua indagine ha integrato una forte componente ritmica e quasi musicale, trovando il proprio mezzo espressivo d’elezione nell’arte del bookmaking e nella creazione di raffinati libri d’artista, intesi come spazi geometrici e sequenziali in cui le immagini si sviluppano in un continuum narrativo.

Questa instancabile produzione editoriale ha dato vita a volumi fondamentali e pluripremiati a livello internazionale — si pensi a opere miliari come il volume Pino Musi. Continuum, l’acclamato _08:08 Operating Theatre, e i suggestivi itinerari visivi di Border SoundscapesAcreSottotraccia e Le radici della civiltà europea pubblicata per UTET —, consolidando un valore e una coerenza formale che oggi sono ampiamente documentati dall’inclusione stabile dei suoi lavori in prestigiose collezioni pubbliche e private del mondo, tra cui la Fondazione Rolla, la Fondazione Biscozzi / Rimbaud, la Fondazione Fotografia di Modena, la Collezione Art Vontobel di Zurigo, il Canadian Centre for Architecture di Montréal, la Fondazione MAST di Bologna e il FRAC Bretagne.

Con le sue immagini, le architetture cessano di essere fondali anonimi per divenire volumi che respirano tra luce e silenzio. È come se lo spazio urbano, abitualmente attraversato in fretta, si concedesse qui in una forma di sospensione, contemplando geometrie che si aprono a una grammatica intima. Il colpo d’occhio che Musi costruisce è immediato ma mai superficiale: quello che appare dinanzi agli occhi del visitatore, non è semplice documentazione architettonica ma una riflessione radicale sull’immagine. Lo sguardo, calibrato su linee, diagonali e volumi, produce una sospensione che sottrae l’architettura al suo ruolo funzionale per restituirla alla pura percezione. Ed è proprio qui che risiede la forza di queste opere, nella capacità di tradurre il linguaggio della città in un ritmo visivo: ripetizione e variazione, pieni e vuoti, ombre e superfici luminose che si articolano come partiture minime e rigorose. Qui, l’uso del bianco e nero, nucleo narrativo dell’arte di Musi, è una scelta necessaria per ridurre il campo percettivo all’essenziale, eliminando il rumore del colore e portando in primo piano l’ossatura della forma.In questo senso, Pino Musi lavora su una sorta di “archeologia del presente”: forse è proprio questo il motivo per cui la sua fotografia colpisce in modo così schietto e limpido, rende evidente ciò che normalmente rimane inavvertito, quell’ordine nascosto che governa lo spazio urbano. L’opera filmica, parte integrante della mostra, amplifica questo processo: attraverso il movimento e la durata, la città si trasforma in flusso visivo, riaffermando la centralità dello sguardo come strumento di pensiero.

Contributi di: https://ilmanifesto.it/pino-musi-citta-o-paesaggio-il-flusso-della-vita-articolato-in-forme | https://reggiadicaserta.cultura.gov.it/pino-musi/ | https://www.pinomusi.com | https://www.exibart.com/fotografia/pino-musi-traduce-in-immagini-i-ritmi-polifonici-delle-citta-la-mostra-a-lecce/

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Fotografi

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