Lisetta Carmi è stata una delle figure più straordinarie e multiformi del Novecento italiano: pianista, fotografa, guida spirituale. La sua vita è una sequenza di trasformazioni radicali, ciascuna vissuta con totale dedizione e altrettanta capacità di lasciare andare ciò che non serviva più.
Nasce a Genova in una famiglia ebraica laica e benestante. Il padre Attilio è figura solida e autorevole, la madre Maria donna colta e sensibile. Ha due fratelli maggiori, Eugenio e Marcello, con cui manterrà un legame profondo per tutta la vita. A 10 anni inizia lo studio del pianoforte con il maestro They, e la musica diventa presto il centro assoluto della sua esistenza: un rapporto con il divino tutto interiore, mediato dai grandi compositori.
A 14 anni, nel 1938, le leggi razziali la costringono ad abbandonare la scuola pubblica. È una violenza che non assorbirà mai del tutto, e che segna l’inizio di un lungo periodo di solitudine, aggravato dalla partenza dei fratelli per la Svizzera. Nel 1943, in piena notte, attraversa con i genitori le montagne e raggiunge la Svizzera, dove riprende gli studi al Conservatorio e incontra tra i rifugiati Franco Fortini, che le impartisce lezioni di letteratura. Rientrata in Italia nel 1945, si diploma al Conservatorio di Milano nel 1946, e la sua carriera pianistica si apre sotto i migliori auspici.
Il 30 giugno 1960, a Genova, viene indetta una grande manifestazione antifascista. Il maestro They cerca di dissuaderla dal partecipare per proteggere le sue mani. Lei risponde: “Se le mie mani sono più importanti del resto dell’umanità, allora smetto di suonare.” E smette, definitivamente. È un gesto che rivela uno dei tratti più profondi del suo carattere: la capacità di anteporre la coscienza civile e morale a qualsiasi interesse personale, anche al proprio talento.
Nello stesso periodo, durante un viaggio in Puglia con l’amico Leo Levi, incontra per caso la fotografia. Quello che poteva sembrare un ripiego diventa una nuova vocazione totale. Dal 1960 al 1978 la macchina fotografica è lo strumento con cui guarda il mondo e le persone: “Dalla solitudine dei 25 anni dedicati al pianoforte passai ad osservare la vita degli esseri umani, la concretezza e la meraviglia dell’anima delle persone, il lavoro, la gioia, il dolore.”
Il suo sguardo va sempre verso gli ultimi, i marginali, gli invisibili. Fotografa i camalli del porto di Genova immersi nudi nei fosfati, i bambini della discarica di Caracas, i poveri del Sud Italia, la gente di Sardegna, l’Afghanistan, la metropolitana di Parigi, i provos olandesi. Realizza anche i celebri ritratti di Ezra Pound.
Il lavoro più noto, e più controverso, è quello sui travestiti del centro storico di Genova, incontrati nel 1965 attraverso Mauro Gasperini — che sarà anche suo compagno in una relazione intensa e complessa. Il volume I travestiti, pubblicato nel 1972, scandalizza l’Italia del tempo e viene poi riconosciuto come un’opera pionieristica, capace di restituire dignità e umanità a persone allora completamente ignorate o stigmatizzate. Nell’introduzione scrive con lucidità che quel lavoro era nato da un rapporto di “fiducia, affetto e comprensione” e che lei stessa, in quel periodo, era attraversata da interrogativi profondi sull’identità, che oggi leggerebbe non come questione di accettazione di uno “stato” ma di rifiuto di un “ruolo”.
Nel 1976, a Jaipur, incontra Babaji Herakhan Baba, maestro della tradizione induista. Lisetta — ebrea, laica, comunista — lo riconosce immediatamente come incarnazione dell’amore e dell’insegnamento che cercava senza saperlo. Non aveva mai pensato di cercare un maestro spirituale, ma quando lo trova si arrende completamente, come ha sempre fatto di fronte alle svolte decisive della sua vita. Riceve il nome devozionale di Janki Rani — Janki è uno dei nomi di Sita, aspetto femminile del divino, Rani significa Regina.
Nel 1978 lascia anche la fotografia, perché non le serve più né per conoscersi né per conoscere il mondo. Nel 1979, su richiesta di Babaji, fonda insieme ad altre due donne l’ashram di Cisternino, in Puglia, nella Valle d’Itria che frequentava già dal 1970 dopo aver acquistato un trullo. Dal 1983 guida da sola il Centro Bhole Baba, con carisma e dedizione totale, fino al 1997 quando lo Stato lo riconosce come Fondazione. Il centro — tuttora attivo — diventa un luogo aperto, pioniere di sostenibilità sociale e ambientale, dove migliaia di persone si avvicinano alla pratica quotidiana del karma yoga, il lavoro disinteressato offerto a Dio.
Alla fine degli anni Novanta lascia la guida dell’ashram ad altri devoti e va ad abitare nel centro di Cisternino, dove è figura amata e conosciuta da tutti. Dal 1995 riprende un percorso di studio con Paolo Ferrari, fondatore dello Studio Assenza a Milano — suo ex allievo di pianoforte — e dopo 35 anni di silenzio torna a suonare, dando vita a indimenticabili concerti a due dedicati alla “musica in assenza”. Parallelamente produce calligrafie cinesi dense di sapienza millenaria, scritte con pennelli e inchiostri scelti con cura artigiana e donate con gioia.
Il suo archivio fotografico — migliaia di negativi e stampe in bianco e nero rimasti per anni in un ripostiglio — viene riscoperto intorno al 2005 grazie al fotografo Uliano Lucas e alla ricercatrice Giovanna Chiti, che lavorano con lei alla riclassificazione del materiale. Nel 2019 affida l’archivio e il destino della sua opera a Gianni Martini, gallerista ed esperto, che da allora ne ha divulgato il messaggio con mostre, pubblicazioni e incontri in Italia e nel mondo.
Mentre la sua fama cresce, Lisetta sceglie progressivamente il silenzio. Si ritira, incontra solo pochi intimi, siede a lungo in contemplazione. Muore il 5 luglio 2022 a Cisternino, assistita da pochi amici vicini. Per sua volontà, le ceneri vengono sparse tra il mare e il cielo di Puglia.
Lisetta Carmi non entra in nessuna definizione. È stata pianista, fotografa, guida spirituale — ma soprattutto un essere umano che ha usato ogni strumento disponibile per avvicinarsi alla verità e trasmetterla agli altri. Ha dato voce agli ultimi, smascherato pregiudizi, portato bellezza. Il suo carattere era severo ma capace di accoglienza profonda, intransigente ma mai arido: “L’amore è essere molto severi, l’ho imparato da Babaji. Amare è cercare di fare arrivare le persone alla Verità.”
L’unica appartenenza che ha rivendicato fino alla fine è stata quella al popolo ebraico, vissuta come radice di una comprensione universale verso chi soffre. Ha portato con sé, per tutta la vita, il dolore di non aver potuto salvare chi era morto nei lager — e quella disperazione l’ha trasformata in forza, in uno sguardo capace di riconoscere l’umanità ovunque si trovasse.

Contributi di https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/lisetta-carmi-janki-rani | https://www.ad-italia.it/gallery/lisetta-carmi-la-donna-che-visse-cinque-volte/


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