Aurelio Amendola nasce a Pistoia il 19 gennaio 1938. Il suo rapporto con la fotografia d’arte prende forma negli anni Sessanta e trova uno dei primi momenti significativi nella campagna fotografica dedicata al pulpito di Giovanni Pisano nella chiesa di Sant’Andrea a Pistoia, realizzata nel 1964 e confluita alcuni anni dopo nel volume Il pulpito di Giovanni Pisano a Pistoia. Da questo primo confronto con la scultura emerge un interesse destinato ad accompagnare tutta la sua ricerca: osservare l’opera attraverso la luce, avvicinarsi alla materia e utilizzare l’inquadratura per mettere in evidenza forme, superfici e particolari che lo sguardo potrebbe trascurare. Nel corso degli anni Amendola fotografa le opere di alcuni dei maggiori protagonisti della storia dell’arte italiana, da Donatello e Jacopo della Quercia a Bernini e Canova. Un posto centrale è occupato da Michelangelo, al quale dedica numerose campagne fotografiche, pubblicazioni e mostre. Nel 1994 il volume Un occhio su Michelangelo, incentrato sulle Cappelle Medicee di Firenze, riceve il Premio Oscar Goldoni come miglior libro fotografico dell’anno. Davanti alla scultura Amendola non cerca una riproduzione neutra: attraverso il punto di vista, il dettaglio e il contrasto tra luce e ombra costruisce una lettura personale dell’opera, capace di restituirne il volume e la forza della materia.
Accanto all’arte antica, una parte fondamentale del suo lavoro nasce dall’incontro diretto con gli artisti del Novecento e del contemporaneo. Amendola entra nei loro studi, osserva gli spazi di lavoro e fotografa momenti nei quali il ritratto si intreccia con il processo creativo. Nel corso della sua carriera incontra e ritrae, tra gli altri, Giorgio de Chirico, Marino Marini, Giacomo Manzù, Alberto Burri, Emilio Vedova, Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Arnaldo Pomodoro, Mario Schifano, Roy Lichtenstein e Andy Warhol. I suoi ritratti non sono costruiti soltanto intorno alla notorietà del soggetto: spesso è il rapporto tra l’artista, il corpo, l’atelier e le opere a diventare il vero centro dell’immagine. Particolarmente importante è il lungo sodalizio con Alberto Burri. Amendola ne fotografa il lavoro e i gesti, seguendo da vicino quella relazione tra corpo e materia che caratterizza la ricerca dell’artista umbro. La Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri ricorda come lo stesso Burri riconoscesse in alcune fotografie di Amendola immagini capaci di esprimere il senso del proprio lavoro. In questa vicinanza si comprende bene uno degli aspetti più riconoscibili della sua fotografia: l’obiettivo non rimane estraneo all’opera, ma cerca di avvicinarsi alla sua origine, al gesto e alla presenza fisica di chi la realizza.
Lo stesso interesse accompagna Amendola fuori dall’Italia. A New York fotografa Andy Warhol nel 1977 e nuovamente nel 1986, realizzando alcuni dei ritratti più conosciuti della sua produzione; immagini che nel 2016 saranno protagoniste anche di una mostra alle Gallerie degli Uffizi. Nel 1977 ritrae inoltre Roy Lichtenstein. Attraverso questi incontri, il suo archivio diventa progressivamente una testimonianza visiva di una parte importante della cultura artistica del secondo Novecento. A tenere insieme esperienze tanto diverse è soprattutto il modo di utilizzare la luce. Sulle sculture essa permette di far emergere la consistenza del marmo, le tensioni dei corpi e la profondità delle superfici; nei ritratti contribuisce invece a definire la relazione tra figura e ambiente. Il frequente ricorso al bianco e nero concentra ulteriormente l’attenzione su forme, gesti e materia. Il sito ufficiale dell’autore definisce il suo sguardo “tattile, emotivo, sensoriale”: una fotografia che parte dalla conoscenza dell’opera, ma evita di ridursi alla sola documentazione.
In oltre sessant’anni di attività Amendola ha così costruito un percorso capace di mettere in relazione epoche apparentemente lontane. Michelangelo e Burri, Giovanni Pisano e Warhol entrano nel suo lavoro attraverso interrogativi simili: come cambia un’opera quando viene osservata da vicino? Che cosa può rivelare una fotografia che l’occhio, davanti all’originale, non aveva ancora notato? Questa continuità tra antico e contemporaneo è stata al centro della grande mostra Aurelio Amendola. Un’antologia. Michelangelo, Burri, Warhol e gli altri, organizzata da Pistoia Musei nel 2021 e curata da Paola Goretti e Marco Meneguzzo, con quasi trecento immagini realizzate nell’arco di oltre sessant’anni. Le sue fotografie sono conservate in importanti collezioni pubbliche e private, tra cui quelle delle Gallerie degli Uffizi, del MAXXI di Roma, della GAM di Torino, della Fondazione Arnaldo Pomodoro, della Fondazione Alberto Burri e di Palazzo Fabroni a Pistoia. Più che costruire un semplice inventario di opere e protagonisti, Amendola ha fatto della fotografia un modo per entrare in relazione con l’arte. Nei suoi scatti la macchina fotografica diventa uno strumento di osservazione: seleziona un dettaglio, misura una distanza, segue la luce e suggerisce un nuovo punto di vista, lasciando che anche un’opera osservata molte volte possa tornare, almeno per un momento, inattesa.



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